

Negli ultimi anni, la pandemia di COVID-19 ha profondamente scosso l’umanità su scala globale. Nel dicembre 2019, a Wuhan (Cina), è stata osservata una serie di casi di polmonite causati dall’infezione da parte del nuovo coronavirus SARS-CoV-2.
I sintomi più gravi associati al COVID-19 includono polmonite grave, sindrome da distress respiratorio acuto, edema polmonare e persino insufficienza multiorgano, shock settico e morte. Nei mesi successivi, il COVID-19 si è diffuso rapidamente in tutto il mondo, dando luogo a una serie di ondate di infezione nel corso dei quattro anni seguenti.
L'OMS ha dichiarato la fine della pandemia nel maggio 2023, quando il numero di casi confermati di COVID-19 a livello globale superava i 765 milioni in 231 paesi colpiti e il bilancio delle vittime si avvicinava ai 7 milioni, con un tasso di letalità pari a circa lo 0,9% dei pazienti infetti
Nel corso di questo evento, si è assistito alla condivisione globale di un’enorme quantità di dati epidemiologici sull’andamento della pandemia in tempo reale, un fenomeno osservato forse per la prima volta in una situazione di questo tipo. Ciò ha permesso ad alcuni scienziati di osservare, fin dalle prime fasi della pandemia, una relazione tra la diffusione e la gravità della malattia e la qualità dell’aria, nonché la presenza di inquinanti atmosferici nelle aree colpite.
Ad esempio, la fase iniziale della diffusione di SARS-CoV-2 in Italia ha mostrato un marcato andamento regionale, caratterizzato da un’elevata gravità e frequenza degli eventi nelle aree settentrionali. Diversi autori hanno ipotizzato che l’esposizione cronica all’inquinamento atmosferico possa essere correlata alla distribuzione anomala di SARS-CoV-2 in Italia.
I dati relativi alla distribuzione degli inquinanti atmosferici (NO₂, O₃, PM2,5 e PM10) nelle regioni italiane tra il 2016 e il 2019 – unitamente alle informazioni sul numero di giorni di superamento delle soglie di legge e sugli anni (nel periodo 2010-2019) in cui tali limiti sono stati superati per oltre 35 giorni – indicano che il Nord Italia è stato interessato da una contaminazione dell’aria persistente e di lunga durata.
Nell’analizzare il possibile legame tra inquinanti ambientali, insorgenza di distress respiratorio acuto e mortalità, gli autori hanno sostenuto che i residenti in aree fortemente inquinate hanno maggiori probabilità di sviluppare patologie respiratorie croniche, risultando così più vulnerabili agli agenti infettivi. Inoltre, l’esposizione prolungata ad aria inquinata genera una risposta infiammatoria continua, anche in individui giovani e altrimenti sani.
Un legame tra inquinamento atmosferico e malattie respiratorie e cardiovascolari non sorprende gli addetti ai lavori, inclusi scienziati in ambito medico e ambientale ed enti preposti al monitoraggio e alla prevenzione. Tuttavia, l’intensa copertura mediatica del COVID-19 ha contribuito a portare tali questioni, e lo stretto legame tra qualità dell’ambiente e salute pubblica, al centro dell’attenzione dell’opinione pubblica.
Come sappiamo il diabete e l’obesità sono stati riconosciuti come fattori di rischio per COVID-19: i pazienti diabetici sono più sensibili agli esiti infettivi dovuti all’infiammazione persistente, ridotta risposta immunitaria e complicanze indotte dall’iperglicemia. Allo stesso tempo, Il COVID-19 può esacerbare la disregolazione metabolica, potenzialmente scatenando o peggiorando il diabete.
Inoltre, l’inquinamento atmosferico è legato ad un aumento del rischio di sviluppare il diabete e peggioramento del diabete esistente attraverso meccanismi come l’infiammazione e resistenza all'insulina: gli studi dimostrano che l’esposizione a lungo termine a sostanze inquinanti come PM2.5 è associato a un aumento della glicemia e livelli di HbA1c, anche a livelli considerati sicuri dalla regolamentazione agenzie.
Tali prove suggeriscono un pericoloso circolo vizioso, in cui la qualità dell’ambiente può modulare drasticamente la diffusione di agenti infettivi e la gravità di alcuni quadri clinici.
Studi recenti hanno evidenziato una relazione diretta e complessa tra la diffusione e la capacità di contagio di alcuni virus e i livelli e la mobilità degli inquinanti atmosferici.
Questi inquinanti possono compromettere la funzionalità polmonare, rendendo le vie respiratorie più vulnerabili alle infezioni; in Cina, è stata osservata una correlazione tra gli inquinanti e la diffusione giornaliera del virus del morbillo, suggerendo così che il particolato atmosferico possa agire anche come veicolo per i patogeni, accelerandone la propagazione.
L’inquinamento di origine antropica può anche incrementare significativamente la selezione di patogeni batterici e la resistenza agli antibiotici nell’ambiente. I reflui di provenienza urbana, sanitaria e agricola immettono nell’ambiente elevate concentrazioni di antibiotici, metalli pesanti, biocidi e altri inquinanti. Le acque reflue e gli impianti di depurazione sono considerati punti critici per la selezione e la diffusione di batteri resistenti agli antibiotici e di geni di resistenza agli antibiotici (ARG).
L’inquinamento causato dai rifiuti dispersi nell’ambiente può rappresentare anche un rischio per la salute globale, studi recenti hanno evidenziato come i rifiuti plastici possano fungere da terreno di riproduzione per vettori e patogeni, soprattutto nelle aree caratterizzate da sistemi inefficienti di gestione dei rifiuti.
CRISI AMBIENTALI INTERCONNESSE
Perdita di biodiversità
Sta emergendo una crescente consapevolezza scientifica riguardo ai legami profondi e in rapida evoluzione tra i cambiamenti ambientali di origine antropica, il declino senza precedenti della biodiversità e l’aumento globale delle malattie infettive.
Studi recenti sostengono che non si tratti di fenomeni isolati, bensì di crisi interconnesse che comportano costi sociali, economici ed ecologici enormi. Il messaggio fondamentale è che il benessere umano è indissolubilmente legato alla salute dei nostri ecosistemi e che preservare ambienti intatti e ricchi di biodiversità rappresenta una strategia cruciale per mitigare i rischi futuri di malattia.
Le attività umane sono individuate come i principali fattori scatenanti di queste problematiche ambientali e globali, poiché causano un declino senza precedenti della biodiversità, intesa come varietà di geni, specie ed ecosistemi. Le cause principali del degrado ambientale includono l’inquinamento chimico, la deforestazione, la trasformazione del paesaggio, la rapida urbanizzazione e l’introduzione di specie aliene; tali fattori riducono la qualità e l’estensione degli habitat naturali, portando alla perdita di diversità biologica e all’estinzione delle specie.
La perdita di biodiversità, a sua volta, può favorire la trasmissione di malattie.
Le attuali conoscenze scientifiche indicano che, sebbene le aree caratterizzate da elevata biodiversità ospitino una maggiore varietà di patogeni, sono le perturbazioni ambientali e la conseguente perdita di biodiversità a creare le condizioni favorevoli alla diffusione di tali agenti. Inoltre, l’introduzione di specie aliene può favorire l’insorgenza di zoonosi, immettendo patogeni – sia noti che nuovi – in ambienti diversi da quelli d’origine.
Uno degli esempi più ampiamente studiati è rappresentato dalla malattia di Lyme nel nord-est degli Stati Uniti, causata dal batterio “Borrelia burgdorferi” e trasmessa all’uomo tramite zecche vettrici o ancora il virus del Nilo occidentale (West Nile virus), comunemente trasmesso dalle zanzare, che colpisce sia gli uccelli che l’uomo.
In sintesi, la perdita di biodiversità non solo priva gli ecosistemi di specie preziose, ma può anche alterare complesse dinamiche ecologiche favorendo la diffusione di patogeni, rendendo gli ecosistemi meno resilienti e aumentando i rischi per la salute umana.
Cambiamento climatico
Un altro aspetto critico è l’influenza del cambiamento climatico sulle malattie infettive, in particolare le malattie trasmesse da vettori e le zoonosi, infatti l’aumento delle temperature globali e altre variabili climatiche influenzano direttamente agenti patogeni, vettori e ospiti.
L’ambiente sta diventando progressivamente più favorevole all’esposizione delle malattie infettive, incrementando i tassi di trasmissione in aree del mondo precedentemente indenni da tali infezioni. Il cambiamento climatico può alterare la distribuzione geografica e la densità di popolazione di ospiti e vettori, nonché la prevalenza dei patogeni all’interno di tali popolazioni. L’interazione di questi fattori con altre perturbazioni di origine antropica può generare effetti variabili e spesso imprevedibili sulla trasmissione dei patogeni.
Ad esempio, alcuni studi hanno evidenziato un’associazione tra il cambiamento climatico e una maggiore gravità delle malattie, sia nell’uomo che negli animali. È stato ipotizzato, per citare un caso, che l’aumento delle temperature medie sia responsabile dell’espansione dell’areale di diffusione delle zanzare vettori di malaria e dengue (“Anopheles” spp. e “Aedes aegypti”) verso altitudini e latitudini più elevate.
Le alte temperature contribuiscono inoltre ad accorciare il ciclo di sviluppo del parassita della malaria nelle zanzare, rendendo la trasmissione più rapida ed efficiente, è opportuno segnalare che la prevalenza di batteri del genere “Vibrio” nell’acqua di mare è in aumento a causa del riscaldamento delle acque indotto dai cambiamenti climatici, in particolare nelle aree a salinità ridotta o variabile (acque salmastre).
Ciò accresce il rischio di infezione per l’uomo attraverso il consumo di prodotti ittici contaminati o il contatto con ferite aperte, l’European Centre for Disease Prevention and Control (ECDC) e l’European Food Safety Authority (EFSA) hanno lanciato l’allarme su tale problematica, evidenziando anche la crescente resistenza di alcuni ceppi agli antibiotici.
In definitiva, il cambiamento climatico può anche intensificare la contaminazione ambientale alterando la formazione, il trasporto e la tossicità degli inquinanti. Come già descritto, l’inquinamento ambientale può svolgere un ruolo significativo nella diffusione e nella gravità di molte malattie infettive, creando così un circolo vizioso.
Conclusioni: un approccio multidisciplinare — il concetto di "One Health"
È necessaria un’analisi approfondita delle potenziali emergenze future legate alla diffusione di specifici patogeni, che tenga conto delle diverse condizioni sanitarie, economiche e sociali a livello regionale. Per comprendere meglio e risolvere le complesse relazioni tra qualità ambientale e salute globale, è necessario adottare un approccio multidisciplinare che riconosca l’interconnessione tra il benessere umano, animale e ambientale.
Questo è il principio alla base del concetto di "One Health" che riconosce come la salute umana sia strettamente legata alla qualità dell’ambiente e al benessere degli animali.
Affrontare minacce quali le malattie infettive, il cambiamento climatico e la perdita di biodiversità richiede la collaborazione di esperti provenienti da diversi ambiti, superando la frammentazione tra medicina umana, medicina veterinaria, scienze ambientali e politiche pubbliche. Ciò appare ancora più evidente se si considera che il degrado ambientale, il cambiamento climatico e la diffusione di malattie infettive non sono problemi isolati.
In tale contesto, le conoscenze scientifiche di ciascun settore dovrebbero convergere per individuare ipotesi e soluzioni integrate e multidimensionali, tenendo presente che interventi concreti possono essere attuati solo grazie a una maggiore e più solida consapevolezza pubblica, capace di influenzare e sollecitare gli organi decisionali e legislativi. In quest’ottica, la comunità scientifica è chiamata a fornire evidenze e interpretazioni che siano accessibili e facilmente comprensibili al pubblico e ai media.
È fondamentale informare la cittadinanza su come le attività quotidiane – dallo smaltimento dei rifiuti al consumo di energia – possano influenzare la diffusione delle malattie. Un pubblico ben informato è generalmente più propenso a sostenere e partecipare a politiche volte allo sviluppo sostenibile, alla conservazione della biodiversità e al controllo dell’inquinamento ambientale: elementi essenziali alla base della costruzione di un sistema sanitario globale più resiliente.
Infine, il paradigma “One Health” richiede un cambiamento fondamentale nel modo in cui concepiamo e gestiamo la salute, superando il semplice trattamento dei sintomi per affrontare le cause ambientali alla radice delle malattie.
*Prof. Ernesto Palma
Farmacologia e tossicologia veterinaria
Università degli Studi “Magna Græcia” di Catanzaro


